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Economia della Valle - Storia dell'Artigianato
Appunti per una storia di Artigianato in Val Strona
di Lino Ceruttida "Lo Strona" n° 2 aprile giugno 1978
La Valle Strona, incuneata tra Sesia e Ossola (due valli alpine primarie, come dicono i geografi), è forse la vena più sottile tra quante, dalla pianura, si vedono solcare le montagne.Separata dal mondo dalla sua stessa imboccatura angusta, chiude un paesaggio più verticale di quanto si possa immaginare. " Poche spanne di terreno da lavorare. Non una strada, un sentiero, che non sia in pendio.
Davanti agli occhi, sempre, o suolo che sale a precludere la vista, o vuoto che precipita. Un mondo fatto di spazi minimi, di brevi estensioni d'aria tra i versanti dei monti, contro i quali sembrano fendersi, e cadere sui paesi, perfino i rintocchi delle campane, di acque che muovono e trascinano e non irrigano".
Una sede troppo povera per consentire che l'individuo s'impoverisse in una sola attività (come una stentata agricoltura); e fu costretto ad emigrare per sopravvivere.
Così che la storia di questa valle non è che la storia dei sacrifici e della tenacia con cui la sua gente vinse le difficoltà di un mondo avaro di risorse. E la storia del lavoro artigiano si confonde ad ogni passo con la storia umana, e civile, della valle. Il suo inizio coincide con le origini stesse dei primi insediamenti, lo sfruttamento dei boschi e delle miniere.
Secoli lontani, poveri di tutto; persino di notizie e di documenti. Ma questa non vuole essere una trattazione storica. Se mai l'introduzione ad uno studio che ci pare affascinante, anche se non sappiamo quando e da chi potrà essere compiuto. O piuttosto alcuni appunti curiosi, su di un filone talvolta divagante.
I primi documenti sulle condizioni economiche della valle risalgono al XV secolo. Appartengono al Fondo di Governo dell'Archivio Ducale degli Sforza, il cui dominio si estendeva alla valle Strona.Il più antico è un memoriale degli abitanti di Forno, che lamentano la povertà dei luoghi, "i più sterili e selvaggi del Ducato ", dove tutti gli uomini sono costretti ad emigrare in Piemonte e in Germania, per otto mesi all'anno.
Non si sa se per venire incontro all'economia della valle o per un nascente sogno d'industrializzazione della Lombardia sforzesca, verso la fine del secolo, il Governo decide lo sfruttamento intensivo dei filoni di roccia ferrosa della valle. Un'attività antica, quelladel ferro, che aveva dato vita ad un primitivo artigianato che produceva zappe, scuri, utensili per i boscaioli e i contadini.
Il 7 luglio 1472, dopo la relazione di una commissione di esperti inviata dalla Ducale Camera, Galeazzo Maria Sforza, ordina di iniziare i lavori di " fabbricare una ferrera, per esservi non solamente la vena del ferro, ma etiandio la commoditate de l'acqua per far li malij e dei boschi pel fornimento della legna".
Nel XVI secolo, la miniera della Frera produceva ferro per i numerosi artigiani della valle, cresciuti di numero dopo che i Cane, discendenti di antichi cercatori d'oro, s'erano rifugiati a Chesio.Forgiavano ferri da cavallo, serrature, catenacci, chiavistelli. Con brevetto sovrano dell'8 agosto 1715, Amedeo di Savoia nomina ufficialmente gli impresari valstronesi Gianolio e Cane " nostri mercanti di ferro della Ducal Casa".
Come per le miniere, anche l'arte di lavorare il legno nacque in valle dalla grande dovizia di materia prima che affinò, nei secoli, l'ingegno creativo dei valligiani.
I documenti antichi (numerosi nel '500 - '600 per via delle continue liti tra le comunità e i mercanti di legname) sullo sfruttamento dei boschi mostrano disboscamenti dissennati.
La flottazione avveniva lungo lo Strona, dove i tronchi venivano trascinati al lago dalle piogge stagionali, con immensi danni alle colture, alle strade, ai ponti.
E nessun vantaggio alla gente della valle. Il poco legname non esportato, particolarmente nell'alta valle dove abbondavano i larici, veniva impiegato, insieme alla pietra, nella costruzione delle case.
Ma anche gli arnesi necessari alla casa e alla campagna, erano ricavati direttamente in valle.
Finchè, via via, parallelamente al crescere dell'artigianato del ferro, la lavorazione del legno si andò sviluppando, come attività remunerativa anche se complementare, durante i lunghi inverni d'isolamento, gli anni delle guerre e delle carestie, magri anche per gli emigranti.
Per quanto si sa, la prima espressione qualificata di artigianato del legno fu quella dei palai. Essi scavavano delle pale (chiamate anche conche), ventole in legno usate dai contadini della pianura per ammucchiare il grano e il riso sulle aie, e per separarli dalle bucce.
Le più antiche testimonianze di questo singolare lavoro risalgono alla fine del XV secolo.
Prima a Luzzogno e a Sambughetto, poi in varie altre località della valle, questi incavatori lavoravano d'inverno al paese, mentre a primavera scendevano al piano a vendere i sèsul, come chiamavano le pale.
Quando il lavoro di palaio divenne per molti la fonte principale di reddito, i valligiani abbandonarono la lavorazione in valle delle pale, che presero a fabbricare direttamente presso le fattorie, dove si fermavano alcuni giorni, secondo le esigenze dei contadini di pianura.
Andavano a gruppi, per la bassa delle province piemontesi, spostandosi a piedi, di cascinale in cascinale, dove facevano anche altri lavori in legno, come i gioghi per i buoi, riparavano i tini e le botti del vino. Partivano dalla valle ai primi segni della primavera e tornavano verso Natale.
Portavano in spalla un fagotto (barsaca), con i vestiti e i ferri di lavoro: la picoza, la sola, il flùn e la lancia (ossia una scure, una scure ricurva per svuotare i tronchi, un colte a due manici e una specie di sgobia); ed il sacco di tela (quarnùn) entro cui dormivano sui pagliai.
Parlavano un gergo stranissimo, per non farsi intendere dal paiùcia, il contadino che li ingaggiava.
Generazioni di palai valstronesi girarono per quattro secoli i cascinali piemontesi. L'ultimo, Salvatore Cerutti di Sambughetto di tanto in tanto esercita ancora l'antico mestiere.
Andavano a gruppi, per la bassa delle province piemontesi, spostandosi a piedi, di cascinale in cascinale, dove facevano anche altri lavori in legno, come i gioghi per i buoi, riparavano i tini e le botti del vino. Partivano dalla valle ai primi segni della primavera e tornavano verso Natale.
Portavano in spalla un fagotto (barsaca), con i vestiti e i ferri di lavoro: la picoza, la sola, il flùn e la lancia (ossia una scure, una scure ricurva per svuotare i tronchi, un colte a due manici e una specie di sgobia); ed il sacco di tela (quarnùn) entro cui dormivano sui pagliai.
Parlavano un gergo stranissimo, per non farsi intendere dal paiùcia, il contadino che li ingaggiava.
Generazioni di palai valstronesi girarono per quattro secoli i cascinali piemontesi. L'ultimo, Salvatore Cerutti di Sambughetto di tanto in tanto esercita ancora l'antico mestiere.
Seguendo l'esempio e gli itinerari palai, in seguito scesero dalla valle anche altri artigiani, come tornitori girovaghi. Battevano le piazze e i mercati della bassa, offrendo ciotole, pestelli ed altri oggetti costruiti col tornio a pedale, che si trascina vano appresso, spesso per tutta la vita. Alloggiavano nelle cascine, dove preparavano un po' di merce vendere al mercato.Quando la meta non era lontana dalla valle, anche le loro donne scendevano con qualche prodotto per arricchire il banchetto (fettucce, tessuti casalinghi d'ogni genere e persino erbe medicamentose).
I più intraprendenti si faceva preannunciare con curiosissimi manifesti, oppure con il banditore, più di non lasciarsi sfuggire anche i più piccoli e i più strani lavoretti. Era sempre qualche centesimo di farina per la famiglia al paese.
Molti questi tornitori ambulanti non tornarono però più in valle, impiantando altrove i loro laboratori. I Guglielminetti di Sambughetto si sparpagliarono nel Canavesano, nell'Astigiano, più tardi nella città di Torino, dove aprirono botteghe anche i Leidi di Massiola e i De Giuli Luzzogno.
Durante il '600 e il '700, nelle regioni italiane, incontriamo anche tornitori e peltrai di Germagno a Milano, Mantova, e nel Parmigiano; calzolai di Chesio a Vigevano.
Un po' più tardi famose botteghe di tornitori di Massiola a Milano. I secoli XVII e XVIII furono i secoli della grande diaspora.
Notizie che spuntano qua e là, tra le antiche cronache e le molte lettere degli emigranti, consentono di ricostruire il fenomeno e individuarne le mete, sempre più lontane: Svizzera, Francia, Olanda e soprattutto Germania.
A partire dalla fine della guerra dei Trent'anni, che aprì le frontiere della Baviera e della valle del Reno, troviamo gli uomini di Forno e di Campello praticare per primi massicce emigrazioni in Germania. Esercitano tutti un'arte raffinatissima: la lavorazione del peltro.Nasce quasi una scuola di peltrai valstronesi, certo una fioritura prodigiosa che meriterebbe uno studio a sè, per essere inserita in tutto il suo rilievo nella storia dell'artigianato della valle.
Non ci sono notizie sicure che spieghino la nascita in valle Strona di questa specializzazione, rara nel panorama artigianale piemontese e lombardo. Ma le ipotesi più credibili riportano all'antica perizia nel fondere il metallo di cui era ricca la valle: in ferro erano anche i calchi entro cui si colava il peltro.
Si è trovato poi che molti nostri peltrai fabbricavano gli stampi anche in pietra ollare, durante il riposo invernale al paese, utilizzando una pietra cavata ad Artò, sopra Alzo.
A cavallo tra il '600 e il '700, i Guglianetti di Campello erano già diventati ricchi esercitando l'arte peltraia a Wertingen, una cittadina bavarese nei pressi di Augusta, il centro più famoso degli argentieri del grande barocco tedesco.
Tanto che Giovanni Antonio Guglianetti, padre del Romano, fu ribattezzato il sciurin. Altre botteghe troviamo a Colmar, Offenburg, Lorrach (in Alsazia); a Oberkirk, Schofheim (nel Baden); a Colonia, Duren, Neustadt (in Renania); poi a Monaco, a Norimberga, oltre ad Augusta in Baviera.
Gli oggetti prodotti non erano solo vasellame e piatti. Ma boccali, caraffe, candelieri, lucerne, crocifissi, soldatini, giocattoli.
La prova di questa ricchezza e di questo gusto è rimasta nelle chiese della valle, particolarmente a Campello, dove furono raccolte opere d'arte e arredi preziosissimi.
Le chiese sono le uniche testimonianze rimaste dei lavori artistici usciti dalle mani degli artigiani valstronesi durante i secoli, di artisti sconosciuti o dimenticati.
Ricordiamo tra le moltissime opere d'arte sacra - di cui andrebbe approfondita non solo la paternità, dove possibile, ma anche i riferimenti con l'arte valsesiana, insieme alle derivazioni di stili e di gusti - solo il coro ad intarsio finissimo della parrocchiale di Luzzogno, i lavori d'intaglio a Germagno, Loreglia e Sambughetto, la cancellata in ferro battuto della cappella del Sepolcro a Luzzogno.
Insieme, un po' in tutta la valle, i ricami al puncetto valsesiano e i tessuti ricchissimi dei paramenti: elementi entrambi che si ritrovano nei costumi femminili, che le donne della valle portano ancora oggi non come risultato di isolamento, ma come segno di grande distinzione. L'arte del ricamo era tradizionale per le donne della valle.
Tanto che Giovanni Antonio Guglianetti, padre del Romano, fu ribattezzato il sciurin. Altre botteghe troviamo a Colmar, Offenburg, Lorrach (in Alsazia); a Oberkirk, Schofheim (nel Baden); a Colonia, Duren, Neustadt (in Renania); poi a Monaco, a Norimberga, oltre ad Augusta in Baviera.
Gli oggetti prodotti non erano solo vasellame e piatti. Ma boccali, caraffe, candelieri, lucerne, crocifissi, soldatini, giocattoli.
La prova di questa ricchezza e di questo gusto è rimasta nelle chiese della valle, particolarmente a Campello, dove furono raccolte opere d'arte e arredi preziosissimi.
Le chiese sono le uniche testimonianze rimaste dei lavori artistici usciti dalle mani degli artigiani valstronesi durante i secoli, di artisti sconosciuti o dimenticati.
Ricordiamo tra le moltissime opere d'arte sacra - di cui andrebbe approfondita non solo la paternità, dove possibile, ma anche i riferimenti con l'arte valsesiana, insieme alle derivazioni di stili e di gusti - solo il coro ad intarsio finissimo della parrocchiale di Luzzogno, i lavori d'intaglio a Germagno, Loreglia e Sambughetto, la cancellata in ferro battuto della cappella del Sepolcro a Luzzogno.
Insieme, un po' in tutta la valle, i ricami al puncetto valsesiano e i tessuti ricchissimi dei paramenti: elementi entrambi che si ritrovano nei costumi femminili, che le donne della valle portano ancora oggi non come risultato di isolamento, ma come segno di grande distinzione. L'arte del ricamo era tradizionale per le donne della valle.
Furono soprattutto gli artigiani occupati a Torino nel '700 (epoca del barocco piemontese), nelle botteghe dei maestri scultori e intagliatori, ad apprendere così bene l'arte che, ritornati al paese, trasformarono le chiese in piccole cattedrali per ricchezza di intagli e gusto di decorazioni (per esempio la parrocchiale di Loreglia).Nell'ottocento, il genio e l'intraprendenza dei valstronesi, sparsi dovunque, hanno reso ormai famosa la piccola valle; o la loro fantasia, con le più curiose ma anche affermate invenzioni.
Nella Torino del Risorgimento, Pietro Guglielminetti, oriundo di Sambughetto, inventa un modello di borraccia in legno adottata nel 1853 dall'Esercito Sardo e ininterrottamente fino al 1912 da quello Italiano.
I figli e i nipoti, per cinquant'anni forniscono di borracce gli eserciti europei.
I fondi e gli zipoli delle borracce fabbricate a Torino, sono scavati per molti anni in valle Strona, dagli artigiani di Sambughetto.
I Guglielminetti sono una stirpe di inventori: Ernesto (il dottor Goudron) diede all'umanità l'invenzione di quel manto stradale resistente al passaggio delle carrozze, chiamato più tardi asfalto.
Più aderente al nostro tema, fra le tante, l'ínvenzione curiosa di Giovanni (Barba mùt): un nuovo tipo di cartucce a salve, con i bossoli in legno, studiati in modo da esplodere senza danni.
La fabbrica - che si può ancora vedere a Sambughetto - ebbe un grande sviluppo durante la prima guerra mondiale, quando i bossoli non erano più a salve e dava lavoro a oltre cento tornitori ed alle donne impiegate per il trasporto del prodotto a spalle.
Valstronese anche l'inventore del primo sifone in latta per acqua da seltz: Baldassare Cane di Chesio. Realizza artigianalmente il suo brevetto, prima a Parigi, poi a Omegna, dove nel 1853 apre una piccola bottega, nucleo originario delle officine Cane, protagoniste all'inizio del secolo dell'industrializzazione di Omegna, con una vasta produzione di pomoli e impugnature per gli ombrelli e i bastoni dei nostri nonni.
Ma sono gli anni, ormai, in cui prende consistenza l'artigianato in valle, che consentirà agli uomini di non più emigrare. Soprattutto la media valle si popola di mulini a riale: lungo la val Foglia, il Rio Crosa a Fornero, il Bagnone tra Chesio e Loreglia, la valletta del Chignolo a Sambughetto, i riali di Inuggio, Massiola, Forno.
Sono torni primordiali, a pertica o a calca, tutti a giri alternati. A portare in valle il primo tornio a rotazione continua fu Gaudenzio Piana di Fornero, disertore dell'Esercito Piemontese.Il suo tornio, allestito in gran segreto, è al bocc d' la fam, come i forneresi chiamano una piccola valletta dove giravano i primi mulini e poveri intagliatori faticavano tutto il giorno per vincere la fame. Quando morirà - nell'88, l'anno del fiucùn - i torni si sono moltiplicati e l'attività ha messo solide radici. Si avvicina l'era dell'industria tessile e, per gli artigiani della valle, delle spole e dei rocchetti in legno per i telai delle filande biellesi.
Il bocc d' la fam conosce il massimo sviluppo, con venticinque tornitori.
Tra questi, cresciuto alla scuola del bocc d'la fam, va ricordato uno in particolare: Carlo Zamponi di Forno. Dopo aver tornito per molti anni canne per organo, e incuriosito ai cucchiai in legno, che allora venivano importati dalla Germania.
Scoperto un sistema economico per ottenere la cavità del cucchiaio, prende a tornirne alla Prea dal mulin di Forno, per primo in Italia. Quando la produzione si fa consistente, è svelato il segreto, ma sorgono numerosi altri laboratori e in poco tempo i cucchiai in legno diventano principale attività del paese.
Già allora, all'inizio del secolo quando l'artigianato è ancora agli bori, la produzione tocca gli oggetti più disparati (19): a Germagno, tra gli altri, articoli religiosi e caffettiere; a Loreglia macina-pepe e macini del caffè. A Chesio soldatini di stagno. A Fornero, oltre alle tesse per i telai delle filande, manici per ombrello, capsule in stagno, stillagocce, macchinette per imbottigliare.
A Sambughetto, oltre agli zipoli per le borracce, "portapacchi con ditta".A Forno pestasale e scodelle. Caratteristica di Massiola lavorazione della latta. Qui all'inizio del secolo sorge l'Unione Lattonieri, che produce stampi per dolci, scatole da tabacco, lanterne, spruzzatori per profumo, schiscette per i soldati.
Come la Cooperativa Subalpina e la Società Massiolese di Lattonieri, operante a Losanna durante il secolo scorso, rivela propensione dei massiolesi per lacooperazione.
A parte gli articoli superati dalla tecnica, come le spolette per i telai soppiantati dalle moderne macchine tessili, quasi tutti i prodotti di allora continuano a uscire dai laboratori oggi, la cui caratteristica principale resta perciò la tradizione.
In questo dopoguerra l'acqua d mulini ha smesso di muovere la ruota dei torni, diventati elettrici.
Tutte premesse, insomma, per fare dell'artigianato della valle una realtà economica, sociale ed umana, pronta ad affrontare un nuovo capitolo. Qui abbiamo solo tracciato sommariamente i capitoli che il presente hanno preceduto e preparato e che nascondono ancora aspetti inesplorati del prestigio e della grande capacità creativa degli artigiani del passato.
Consapevoli però di aver scritto non di cose morte, ma di una storia che continua.
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