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La Valle Strona - Cenni Storici
La Valle Strona
A cura della fondazione Arch. Enrico Monticon il patrocinio LIONS CLUB di Omegna
Nella caverna delle streghe, presso Sambughetto, sono stati rinvenuti - nel maggio 1949 - alcuni frammenti ossei dell'orso delle spelonche, abbozzati ad utensili da una primordiale lavorazione umana. Una scoperta eccezionale e suggestiva: la presenza dell'uomo, che gli studiosi fanno risalire al periodo musteriano alpino, venticinque - trenta mila anni fa. In questo interstadio tra la prima e la seconda glaciazione, l'homo di Neanderthal abitò dunque la valle, offrendo una delle testimonianze di insediamenti umani più antiche dell'Italia settentrionale. Ma quando il fronte del ghiacciaio ridiscese ad occupare interamente la valle - nel Wurm 2 - si estinse la razza degli ominidi delle grotte di Sambughetto.
Passarono migliaia di anni prima che il ghiacciaio scomparisse, lasciando il posto ad una morena splendente di rocce. Non è noto quando l'homo sapiens - nostro progenitore - scoprì a sua volta la valle. Per risalire all'origine dei primi abitatori della regione del Cusio, si finirebbe per ricorrere alla fantasia, forse più che alla scienza degli storici locali.
Ma l'uomo che conobbe - e battezzò - per primo la valle, va certamente ricondotto alla razza dei Celti, popolo nato nella foreste tra il Reno e il Danubio, e trasmigrato a sud dieci secoli avanti Cristo. "Strona" infatti deriva da "stream", che è voce celtica, e vuol dire "strepito", "rumore". Così sostiene l'abate Amoretti, sottile studioso settecentesco, seguendo un'intuizione che fu già del Bascapè (" significata così pel fracasso delle acque precipitose e sbattute "). Certo a quei primitivi abitanti dovette fare impressione il fragore del torrente, che scende a precipizio nelle gole.
Passarono migliaia di anni prima che il ghiacciaio scomparisse, lasciando il posto ad una morena splendente di rocce. Non è noto quando l'homo sapiens - nostro progenitore - scoprì a sua volta la valle. Per risalire all'origine dei primi abitatori della regione del Cusio, si finirebbe per ricorrere alla fantasia, forse più che alla scienza degli storici locali.
Ma l'uomo che conobbe - e battezzò - per primo la valle, va certamente ricondotto alla razza dei Celti, popolo nato nella foreste tra il Reno e il Danubio, e trasmigrato a sud dieci secoli avanti Cristo. "Strona" infatti deriva da "stream", che è voce celtica, e vuol dire "strepito", "rumore". Così sostiene l'abate Amoretti, sottile studioso settecentesco, seguendo un'intuizione che fu già del Bascapè (" significata così pel fracasso delle acque precipitose e sbattute "). Certo a quei primitivi abitanti dovette fare impressione il fragore del torrente, che scende a precipizio nelle gole.
Ad Abitare stabilmente i pochi pascoli, che si aprivano il varco in un territorio selvaggio, ricco di acque e di boschi, vennero infine gli alpigiani delle vallate confinanti, dopo che, per secoli, ne scesero d'estate con le mandrie i versanti lungo lo Strona. Da un fascicolo pergamenaceo della chiesa di Luzzogno, che risale al 1500, si rileva come Luzzogno fu il luogo più anticamente abitato della valle, fin dal secolo X, quando vennero a stabilirvisi dodici massari dei signori di Crusinallo.Di qui, successivamente, si mossero a fondare le comunità di Inuggio e di Massiola. A questi secoli - attorno al mille - sono concordemente fatti risalire anche i primi stabili insediamenti della bassa valle, Loreglia e Germagno, piccoli nuclei rurali provenienti dai centri limitrofi della Corciera e di Omegna, come sostiene il Piana, storico della valle. Chesio era, in origine, un alpeggio di Ornavasso, nella bassa Ossola, sull'altro versante della Bocchetta, insediamento di antichi colonizzatori vallesani, di lingua e di costumi tedeschi.
In diversi elementi, Chesio rivela questa lontana origine tedesca, come alcuni cognomi, o la sua etimologia (dal tedesco kàse, formaggio). Sambughetto - che sorge in una posizione singolare, a precipizio su di una rupe - fu abitato da uno strano popolo venuto da lontano, dalle regioni del nord Europa, - secondo la tradizione - in epoca e in circostanze misteriose. I suoi caratteri etnici si staccano nettamente dalla civiltà del resto della valle. Forno si sviluppò attorno ad un primitivo nucleo formato dai pastori anzaschini, che dall'alto medioevo sfruttavano i pascoli a cavallo dei monti che separano la val Strona dall'Ossola.
Di Campello è storicamente documentata l'origine come appendice della comunità walser di Rimella (una delle colonie vallesane più tipiche delle vallate del Rosa), prima come alpeggio estivo, poi come frazione, quando alcuni rimellesi vi si fermarono l'inverno. Fatto che avvenne verso il 1300, come fanno fede antichissime memorie manoscritte campellesi.
Lungo tutti i secoli del medioevo, la storia della valle è strettamente legata alle vicende dei signori di Crusinallo. Nel secolo IX, sotto la dominazione carolingia, gente franca affluita in Italia ai tempi di Carlo Magno, ottiene feudi nell'alto novarese, tra cui il contado di Omegna, che comprendeva la valle Strona. Sono i conti di Castello, un ramo dei quali, fermatosi a Crusinallo - dove erige una fortezza - assume il titolo di signori di Crusinallo. Nel 962, dopo l'assedio dell'imperatore Ottone all'isola di san Giulio, Meredano di Crusinallo, in compenso dell'aiuto prestato, ottiene il titolo di conte palatino delle terre di Omegna e Valle Strona.
Nei secoli successivi, i Crusinallo consolidano la loro posizione di forza e di prestigio. Contemporaneamente svolgono una parte importante nella colonizzazione della valle, dove vanno introducendo nuovi nuclei di abitanti, e di cui sfruttano miniere e boschi.
Un fondo cospicuo di pergamene - in gran parte inedite - dell'archivio di famiglia dei Nobili di Crusinallo ha un notevole interesse per il periodo più antico, e finora inesplorato, di storia della valle; ed offre un quadro abbastanza indicativo dell'infeudazione in val Strona.
Dopo le lotte tra Arduino d'Ivrea e la Chiesa novarese - che funestarono il secolo XI - i Crusinallo, fedeli al Vescovo, ottengono l'investitura delle decime vescovili di alcune terre attorno a Crusinallo. Il 24 novembre 1180, Bonifacio vescovo di Novara concede ad Aycardo di Crusinallo " ogni possesso, fitto, onore e giurisdizione " spettante al Vescovo su Loreglia (Lenorellia), Chesio (Caxi), e Luzzogno (Lizogni). Sono le prime tre località della valle che compaiono in un documento scritto.
Il tredicesimo secolo è caratterizzato, in tutto il novarese, dalle sanguinose guerre tra il comune di Novara e quello di Vercelli, a cui si allearono i conti di Biandrate, che avevano da secoli dominio su gran parte della Valsesia. Dopo una difficile politica di equilibri e di schieramenti, il 21 agosto 1221 i signori di Crusinallo cedono tutte le loro terre al comune di Novara. Dall'elenco dei luoghi, contenuto nell'atto, risulta come i Crusinallo avessero diritti feudali e giurisdizione su tutta la bassa e media valle:Germagno, Loreglia, Luzzogno e Noseto, località di cui sono quasi scomparse le tracce, nell'attuale territorio ed a poca distanza da Luzzogno.
La cessione importava tutti i diritti fino allora esercitati dai Crusinallo : ogni onore e distretto, diritti sulle terre, sulle fonti, sulle selve, sugli alpi; oltre ai diritti comitali, di pascolo (salvi gli interessi degli abitanti), pedaggi, fodri, banni, passaggi, mercati, vettovagliamenti. Il diritto di pescare nello Strona viene riservato al podestà ed al console di Novara.
Nei secoli successivi, i Crusinallo consolidano la loro posizione di forza e di prestigio. Contemporaneamente svolgono una parte importante nella colonizzazione della valle, dove vanno introducendo nuovi nuclei di abitanti, e di cui sfruttano miniere e boschi.
Un fondo cospicuo di pergamene - in gran parte inedite - dell'archivio di famiglia dei Nobili di Crusinallo ha un notevole interesse per il periodo più antico, e finora inesplorato, di storia della valle; ed offre un quadro abbastanza indicativo dell'infeudazione in val Strona.
Dopo le lotte tra Arduino d'Ivrea e la Chiesa novarese - che funestarono il secolo XI - i Crusinallo, fedeli al Vescovo, ottengono l'investitura delle decime vescovili di alcune terre attorno a Crusinallo. Il 24 novembre 1180, Bonifacio vescovo di Novara concede ad Aycardo di Crusinallo " ogni possesso, fitto, onore e giurisdizione " spettante al Vescovo su Loreglia (Lenorellia), Chesio (Caxi), e Luzzogno (Lizogni). Sono le prime tre località della valle che compaiono in un documento scritto.
Il tredicesimo secolo è caratterizzato, in tutto il novarese, dalle sanguinose guerre tra il comune di Novara e quello di Vercelli, a cui si allearono i conti di Biandrate, che avevano da secoli dominio su gran parte della Valsesia. Dopo una difficile politica di equilibri e di schieramenti, il 21 agosto 1221 i signori di Crusinallo cedono tutte le loro terre al comune di Novara. Dall'elenco dei luoghi, contenuto nell'atto, risulta come i Crusinallo avessero diritti feudali e giurisdizione su tutta la bassa e media valle:Germagno, Loreglia, Luzzogno e Noseto, località di cui sono quasi scomparse le tracce, nell'attuale territorio ed a poca distanza da Luzzogno.
La cessione importava tutti i diritti fino allora esercitati dai Crusinallo : ogni onore e distretto, diritti sulle terre, sulle fonti, sulle selve, sugli alpi; oltre ai diritti comitali, di pascolo (salvi gli interessi degli abitanti), pedaggi, fodri, banni, passaggi, mercati, vettovagliamenti. Il diritto di pescare nello Strona viene riservato al podestà ed al console di Novara.
Sull'alta valle invece, si spingeva - fino al XIII secolo - il vasto possedimento valsesiano dei conti di Biandrate.
Ma la testata delle valli del Mastellone e dello Strona - dove sorgeranno più tardi Rimella e Campello - è anticamente nota poichè vi possedevano vasti alpeggi, fin dal secolo XI e forse prima, i capitoli di san Giuliano di Gozzano e di san Giulio d'Orta.
Tre pergamene di quel tempo, conservate all'archivio di Stato di Torino, riguardano vendite di diritti sugli alpi detti di monte Rotondo nella valle Mastallone, che dall'indicazione dei confini - è possibile localizzare lungo le pendici del Capezzone e della Ronda (Montagna Rotonda) e che abbracciavano probabilmente l'intero territorio di Rimella e Campello.
La più antica è del 10 febbraio 1011 : Gualberto prete della chiesa di san Giuliano di Gozzano vende due parti dell'alpe della Rotonda. Con gli atti del 1033 e del 1072, si consolida la proprietà del capitolo di san Giulio all'isola, che possedeva diritti su quegli alti pascoli prima del 1000 Una successiva serie di pergamene del duecento - provenienti dal fondo della chiesa di san Giulio e finite a Torino - interessano le vicende di questi alpeggi che, tra la fine del 1100 e l'inizio del 1200, sono usurpati dai Biandrate, penetrati ormai da Rimella in tutta l'alta valle Strona.
Nel 1228, i canonici di san Giulio ricorrono a Giovanni de Castello canonico vercellese, che - delegato dal cardinal Goffredo Castiglione, poi papa Celestino IV - il 12 giugno 1229 spoglia dell'alpe contestato il conte Gozio di Biandrate.
Nel 1256, l' 11 novembre, i dodici coloni conduttori delle terre di Rimella e di Rotonda, appartenenti a san Giulio, convengono all'isola, dove stringono società per la conduzione degli alpeggi, l'uso del mulino ecc. Un atto singolare, che documenta l'importanza che andavano assumendo quei primitivi insediamenti pastorali.
Ma in quegli anni, tormentati da continue lotte in tutta la regione, la vita dei pastori a cavallo tra val Mastellone e val Strona non fu pacifica.
Il comune di Novara, ormai arbitro della situazione, con la definitiva liquidazione dei Biandrate domina, da Omegna alla Valsesia, tutta la valle Strona. Così gli uomini della pieve di Omegna prendono a vessare i poveri "abitanti degli alpi di san Giulio dell'isola".
Il settembre del 1260 chiude un periodo di ripetute molestie, ruberie e violenze, a giudicare dall'incalzare delle pergamene di quell'estate, proteste e ingiunzioni dirette dall'isola a Omegna. In settembre, una spedizione di uomini della pieve, con una azione di forza, spoglia i rimellesi di trenta bovine e quaranta tra ovini e caprini " rubati da Giudoto console di Omegna e dagli altri uomini della pieve saliti con lui a Saxcambello (Campello)".
In seguito, per tutto il XIII e XIV secolo, numerose altre pergamene inedite documentano la dipendenza di Rimella - a cui è legato Campello - dalla chiesa di San Giulio. Con l'ultima, del 22 novembre 1394, due canonici procuratori del capitolo attestano di ricevere dal console di Rimella (gli antichi coloni formano ormai una comunità) il soldo del fitto di quell'alpe.
Ma la testata delle valli del Mastellone e dello Strona - dove sorgeranno più tardi Rimella e Campello - è anticamente nota poichè vi possedevano vasti alpeggi, fin dal secolo XI e forse prima, i capitoli di san Giuliano di Gozzano e di san Giulio d'Orta.
Tre pergamene di quel tempo, conservate all'archivio di Stato di Torino, riguardano vendite di diritti sugli alpi detti di monte Rotondo nella valle Mastallone, che dall'indicazione dei confini - è possibile localizzare lungo le pendici del Capezzone e della Ronda (Montagna Rotonda) e che abbracciavano probabilmente l'intero territorio di Rimella e Campello.
La più antica è del 10 febbraio 1011 : Gualberto prete della chiesa di san Giuliano di Gozzano vende due parti dell'alpe della Rotonda. Con gli atti del 1033 e del 1072, si consolida la proprietà del capitolo di san Giulio all'isola, che possedeva diritti su quegli alti pascoli prima del 1000 Una successiva serie di pergamene del duecento - provenienti dal fondo della chiesa di san Giulio e finite a Torino - interessano le vicende di questi alpeggi che, tra la fine del 1100 e l'inizio del 1200, sono usurpati dai Biandrate, penetrati ormai da Rimella in tutta l'alta valle Strona.
Nel 1228, i canonici di san Giulio ricorrono a Giovanni de Castello canonico vercellese, che - delegato dal cardinal Goffredo Castiglione, poi papa Celestino IV - il 12 giugno 1229 spoglia dell'alpe contestato il conte Gozio di Biandrate.
Nel 1256, l' 11 novembre, i dodici coloni conduttori delle terre di Rimella e di Rotonda, appartenenti a san Giulio, convengono all'isola, dove stringono società per la conduzione degli alpeggi, l'uso del mulino ecc. Un atto singolare, che documenta l'importanza che andavano assumendo quei primitivi insediamenti pastorali.
Ma in quegli anni, tormentati da continue lotte in tutta la regione, la vita dei pastori a cavallo tra val Mastellone e val Strona non fu pacifica.
Il comune di Novara, ormai arbitro della situazione, con la definitiva liquidazione dei Biandrate domina, da Omegna alla Valsesia, tutta la valle Strona. Così gli uomini della pieve di Omegna prendono a vessare i poveri "abitanti degli alpi di san Giulio dell'isola".
Il settembre del 1260 chiude un periodo di ripetute molestie, ruberie e violenze, a giudicare dall'incalzare delle pergamene di quell'estate, proteste e ingiunzioni dirette dall'isola a Omegna. In settembre, una spedizione di uomini della pieve, con una azione di forza, spoglia i rimellesi di trenta bovine e quaranta tra ovini e caprini " rubati da Giudoto console di Omegna e dagli altri uomini della pieve saliti con lui a Saxcambello (Campello)".
In seguito, per tutto il XIII e XIV secolo, numerose altre pergamene inedite documentano la dipendenza di Rimella - a cui è legato Campello - dalla chiesa di San Giulio. Con l'ultima, del 22 novembre 1394, due canonici procuratori del capitolo attestano di ricevere dal console di Rimella (gli antichi coloni formano ormai una comunità) il soldo del fitto di quell'alpe.
Dopo la cessione del 1221, la media e bassa valle Strona, antico feudo dei Crusinallo, subì - con Omegna - la giurisdizione del comune di Novara. Tra le alterne vicende di quel secolo tormentato, i Crusinallo non tardarono però a riprendere e a perdere, più volte, il dominio delle loro terre.Alcuni decenni dopo, l'imperatore Arrigo VII, il 31 gennaio 1311, in Milano, alla presenza di tutti i dignitari dell'Impero, ordina solennemente che non fossero molestati i signori di Crusinallo, " vassallos iuratos et fidelissimos imperatoriae magestatis".
E conferma i loro feudi che, dalla valle Strona, si estendono fino all'Anza, ed al monte di san Giulio (monte Massone), comprendendo boschi, miniere e alpeggi.
Ma il quattordicesimo secolo segna il declino dei Crusinallo. I documenti esistenti, a partire dalla seconda metà del secolo, riguardano solamente le investiture di decime ecclesiastiche, che apparterranno invece ancora a lungo alla famiglia. Negli atti di investitura - conservati nell'archivio Nobili di Crusinallo - relativi al quattrocento, compaiono per la prima volta paesi dell'alta valle, e sono anch'essi i documenti più antichi che si conoscano di quei luoghi.
Nel 1421, Tomaso di Crusinallo è investito delle decime di Loreglia, Luzzogno, Massiola e Forno. Nel 1430, il vescovo Bartolomeo Velate Visconti investe Martino di Crusinallo delle decime " di Forno e di valle Strona".
La giurisdizione sulle decime vescovili, da parte dei Crusinallo, si estende così - all'inizio del XV secolo - a tutta la valle, tranne Campello, che seguirà sempre le vicende della Valsesia.
Omegna, nel 1312, si è data gli statuti comunali. Attorno al borgo - tradizionale centro di gravitazione della valle - la giurisdizione della pieve si allarga alle comunità di valle Strona, di Casale, Gravellona, delle Quarne, Agrano, Bagnella, Cireggio, Crusinallo, Gattugno, Cranna, Montebuglio e Granerolo. Ogni terra della pieve faceva però comunità a sè. Aveva un proprio sindaco, entrate e spese proprie, ed una propria giurisdizione territoriale. Del 1397, si conserva una pergamena con cui il comune di Germagno e quello di Omegna definiscono la posizione dei confini tra i rispettivi territori.
In Omegna risiedeva il sindaco generale della pieve, con quattro consiglieri del borgo.
Per trattare questioni interessanti la pieve, si radunavano i sindaci di tutte le comunità, con il sindaco generale ed i quattro consiglieri residenti.
Le comunità periferiche pagavano ad Omegna contribuzioni annuali per il maestro di scuola, i due medici, il predicatore della quaresima, per l'organizzazione della processione del Corpus Domini - a cui intervenivano tutti i parroci della pieve - e della festa del carnevale.
I f offesi (gli abitanti della pieve non residenti a Omegna) pagavano inoltre una tassa per posare le mercanzie al mercato del giovedì - il terratico - ed una maggiorazione sul prezzo del sale.
Nel 1397, tutta la pieve è conquistata da Gian Galeazzo Visconti, ed entra a far parte del grande Ducato milanese, aggregata alla contea di Angera.
Ai Visconti, succedono gli Sforza, che nel 1450 concedono Omegna e la valle Strona in feudo a Filippo Borromeo. E' sotto i Borromeo che Luzzogno, nel 1479, ottiene l'approvazione dei suoi statuti, che dichiarano la comunità indipendente dalla pieve. Luzzogno diventa la piccola capitale dell'autonomia valligiana. Vent'anni prima, nel 1455, aveva ottenuto da Omegna l'indipendenza religiosa, con l'erezione del chiesatico di Luzzogno, da cui, per quasi un secolo, dipenderà tutta la valle.
I legami con Omegna rimangono però numerosi, e stretti, poichè Omegna non intende perdere il proprio predominio economico sulla valle.
Così viene impedito anche che i valligiani portino le loro merci sul mercato di Orta. Ma il mercoledì 29 aprile 1542 il difficile equilibrio diplomatico si spezza.
In Omegna risiedeva il sindaco generale della pieve, con quattro consiglieri del borgo.
Per trattare questioni interessanti la pieve, si radunavano i sindaci di tutte le comunità, con il sindaco generale ed i quattro consiglieri residenti.
Le comunità periferiche pagavano ad Omegna contribuzioni annuali per il maestro di scuola, i due medici, il predicatore della quaresima, per l'organizzazione della processione del Corpus Domini - a cui intervenivano tutti i parroci della pieve - e della festa del carnevale.
I f offesi (gli abitanti della pieve non residenti a Omegna) pagavano inoltre una tassa per posare le mercanzie al mercato del giovedì - il terratico - ed una maggiorazione sul prezzo del sale.
Nel 1397, tutta la pieve è conquistata da Gian Galeazzo Visconti, ed entra a far parte del grande Ducato milanese, aggregata alla contea di Angera.
Ai Visconti, succedono gli Sforza, che nel 1450 concedono Omegna e la valle Strona in feudo a Filippo Borromeo. E' sotto i Borromeo che Luzzogno, nel 1479, ottiene l'approvazione dei suoi statuti, che dichiarano la comunità indipendente dalla pieve. Luzzogno diventa la piccola capitale dell'autonomia valligiana. Vent'anni prima, nel 1455, aveva ottenuto da Omegna l'indipendenza religiosa, con l'erezione del chiesatico di Luzzogno, da cui, per quasi un secolo, dipenderà tutta la valle.
I legami con Omegna rimangono però numerosi, e stretti, poichè Omegna non intende perdere il proprio predominio economico sulla valle.
Così viene impedito anche che i valligiani portino le loro merci sul mercato di Orta. Ma il mercoledì 29 aprile 1542 il difficile equilibrio diplomatico si spezza.
Tra la valle e Omegna viene dichiarata guerra. Nell'archivio parrocchiale di Luzzogno è conservata una relazione manoscritta, da cui stralciamo la cronaca dei fatti " Il dì 29 di aprile i valligiani attraversarono il borgo, per portarsi al mercato di Orta, quando parecchi di Omegna li assalirono, maltrattandoli e percuotendone alcuni.
Tra i valligiani vi era tale Antonio Mafiolo di Luzzogno, sindico generale delle dette terre, che fu ferito gravemente e mortalmente in la testa e nei muscoli del fianco, e fu guarito solo per la grazia di Dio. Ricorsero gli offesi al giudice di Omegna, ma questi non diede alcuna soddisfazione. Secondo la costumanza, nel giorno che segue quello di san Giacomo, "il podestà si portò a Luzzogno per amministrare la giustizia, con grande seguito di omegnesi.Ne sortì un grande tumulto in cui il luogotenente del Podestà di Omegna, messer Battista della Sesia cercò scampo fuggendo.
Ma, raggiunto sotto la chiesa di san Giacomo, appresso a un arboletto fu ucciso. Andata che fu la nuova al borgo di Omegna, tutto il popolo si levò in armi per venire alla terra di Luzzogno a fare vendetta dell'omicidio.
Frate Guglielmo, di Germagno avvertì quei di Luzzogno, che predisposero le difese per parare l'assalto.
Era giovedì, e nella mattina gli uomini del borgo di Omegna assaltarono la povera terra di Luzzogno da due bande, dalla prima verso i molini, dall'altra da un luogo che si chiama la Loccia.
Da qui discese messer Giovanni Giacomo capitano da Ornavasso con l'intera sua compagnia di oltre cento persone con schioppi ed armi inastate; ma gli uomini di Luzzogno fecero un'imboscata e non li lasciarono entrare nel paese e se avessero voluto tutti li avrebbero ammazzati, ma non lo fecero. Dall'altra banda era tutto un combattere a forza di schioppi e di archibugi da punta che avevano quelli del borgo. Di due compari di Luzzogno si pianse la morte:Bernardino da Strambo con trapassata la testa e Guglielmo del Solaro avendo entrata una pallotta in bocca. Deinde ambo migraverunt ad coelum". Alla fine i valligiani la spuntano, e da allora transitano indisturbati da Omegna per il mercato di Orta.
L'anno seguente, 1543, la valle è invasa da una grande moltitudine di " certi grilli grossi lunghi e deformati ", che devastano i paesi, arrecando gravi carestie.
Tra i valligiani vi era tale Antonio Mafiolo di Luzzogno, sindico generale delle dette terre, che fu ferito gravemente e mortalmente in la testa e nei muscoli del fianco, e fu guarito solo per la grazia di Dio. Ricorsero gli offesi al giudice di Omegna, ma questi non diede alcuna soddisfazione. Secondo la costumanza, nel giorno che segue quello di san Giacomo, "il podestà si portò a Luzzogno per amministrare la giustizia, con grande seguito di omegnesi.Ne sortì un grande tumulto in cui il luogotenente del Podestà di Omegna, messer Battista della Sesia cercò scampo fuggendo.
Ma, raggiunto sotto la chiesa di san Giacomo, appresso a un arboletto fu ucciso. Andata che fu la nuova al borgo di Omegna, tutto il popolo si levò in armi per venire alla terra di Luzzogno a fare vendetta dell'omicidio.
Frate Guglielmo, di Germagno avvertì quei di Luzzogno, che predisposero le difese per parare l'assalto.
Era giovedì, e nella mattina gli uomini del borgo di Omegna assaltarono la povera terra di Luzzogno da due bande, dalla prima verso i molini, dall'altra da un luogo che si chiama la Loccia.
Da qui discese messer Giovanni Giacomo capitano da Ornavasso con l'intera sua compagnia di oltre cento persone con schioppi ed armi inastate; ma gli uomini di Luzzogno fecero un'imboscata e non li lasciarono entrare nel paese e se avessero voluto tutti li avrebbero ammazzati, ma non lo fecero. Dall'altra banda era tutto un combattere a forza di schioppi e di archibugi da punta che avevano quelli del borgo. Di due compari di Luzzogno si pianse la morte:Bernardino da Strambo con trapassata la testa e Guglielmo del Solaro avendo entrata una pallotta in bocca. Deinde ambo migraverunt ad coelum". Alla fine i valligiani la spuntano, e da allora transitano indisturbati da Omegna per il mercato di Orta.
L'anno seguente, 1543, la valle è invasa da una grande moltitudine di " certi grilli grossi lunghi e deformati ", che devastano i paesi, arrecando gravi carestie.
Gli anni della dominazione spagnola (1535-1714) sono anni funestissimi.
Alle scorribande delle soldataglie spagnole (che si spingono anche in val Strona, fin qui sempre risparmiata) e alla voracità del fisco, si aggiungono le calamità naturali: invasioni di lupi, peste, valanghe.Quando, nel 1719, l'imperatore Carlo VI d'Austria - cacciati gli Spagnoli - ordina il censimento del novarese, la valle è stremata. Le comunità ricorrono, sostenendo l'esistenza di un antichissimo diploma che sanciva l'esenzione della val Strona dalle imposte sui fondi. Ma il diploma non si trova. Allora ricorrono al Papa, che intima le censure ecclesiastiche contro chi, potendolo, non da indicazioni per il ritrovamento delle pergamene."
L'anno 1729, il 14 gennaio, giorno di domenica e nelle due domeniche successive, in tempo della Messa Parrocchiale, dopo il Santo Vangelo, tenendo il parroco una candela accesa in Mano, lesse e pubblicò ad alta intelligibile voce le Censure in cui incorrevano coloro che ritenevano i diplomi dei Privilegi e non li consegnassero. Nominando le Censure, gettò a terra la candela e la calpestò.
Terminata la lettura, fece dare con la campana il segno da morto, indicando così che colui che fosse incorso nelle Censure sarebbe stato considerato come morto alla Chiesa, segregato dalla comunione dei fedeli e scomunicato.
Il sagrestano poi raccolse la detta candela e andò a seppellirla in un luogo remoto e nascosto".
Nemmeno la minaccia della scomunica e del fuoco dell'inferno riesce a far trovare i preziosi documenti. La questione si protrae per decenni. Solo il Comune di Sambughetto, quando nel 1770 Maria Teresa applica il catasto, riesce a sfuggire al censimento dei fondi. Nel 1743, con la pace di Worms, tutto l'alto novarese passa ai Savoia. Dieci anni dopo, nel 1753, il Senato di Torino sancisce definitivamente la liberazione della valle Strona dai tributi ancora dovuti ad Omegna (il mantenimento del medico, del maestro, del quaresimalista dell'antica pieve). Negli anni precedenti infatti la pieve era stata scossa da una sollevazione generale dei foresi, che reclamavano l'esenzione da ogni residuo tributo.
Alle scorribande delle soldataglie spagnole (che si spingono anche in val Strona, fin qui sempre risparmiata) e alla voracità del fisco, si aggiungono le calamità naturali: invasioni di lupi, peste, valanghe.Quando, nel 1719, l'imperatore Carlo VI d'Austria - cacciati gli Spagnoli - ordina il censimento del novarese, la valle è stremata. Le comunità ricorrono, sostenendo l'esistenza di un antichissimo diploma che sanciva l'esenzione della val Strona dalle imposte sui fondi. Ma il diploma non si trova. Allora ricorrono al Papa, che intima le censure ecclesiastiche contro chi, potendolo, non da indicazioni per il ritrovamento delle pergamene."
L'anno 1729, il 14 gennaio, giorno di domenica e nelle due domeniche successive, in tempo della Messa Parrocchiale, dopo il Santo Vangelo, tenendo il parroco una candela accesa in Mano, lesse e pubblicò ad alta intelligibile voce le Censure in cui incorrevano coloro che ritenevano i diplomi dei Privilegi e non li consegnassero. Nominando le Censure, gettò a terra la candela e la calpestò.
Terminata la lettura, fece dare con la campana il segno da morto, indicando così che colui che fosse incorso nelle Censure sarebbe stato considerato come morto alla Chiesa, segregato dalla comunione dei fedeli e scomunicato.
Il sagrestano poi raccolse la detta candela e andò a seppellirla in un luogo remoto e nascosto".
Nemmeno la minaccia della scomunica e del fuoco dell'inferno riesce a far trovare i preziosi documenti. La questione si protrae per decenni. Solo il Comune di Sambughetto, quando nel 1770 Maria Teresa applica il catasto, riesce a sfuggire al censimento dei fondi. Nel 1743, con la pace di Worms, tutto l'alto novarese passa ai Savoia. Dieci anni dopo, nel 1753, il Senato di Torino sancisce definitivamente la liberazione della valle Strona dai tributi ancora dovuti ad Omegna (il mantenimento del medico, del maestro, del quaresimalista dell'antica pieve). Negli anni precedenti infatti la pieve era stata scossa da una sollevazione generale dei foresi, che reclamavano l'esenzione da ogni residuo tributo.
La prima carrozza arriverà a Forno solo nel 1915. Intanto la valle da il suo contributo alle campagne risorgimentali. Un soldato di Sambughetto, ritornando dalla guerra, si porta a casa come cimelio una palla di cannone, e viene soprannominato " al balun ". Il patriota più illustre della valle Strona è il frate Innocenzo Ratti di Massiola, volontario di tutte le campagne garibaldine e medico personale dell'eroe. Una nuova epidemia - la febbre spagnola - scoppiata durante la prima guerra mondiale, miete numerose vittime, da aggiungere a quelle della guerra.Solo Massiola non ha alcun caduto, e - si vuole - per intercessione di un antico parroco, don Migliacca, venerato come Santo.
Con decreto 22 dicembre 1922 tutti i Comuni della valle vengono soppressi; si costituisce il " Comune di Valstrona ", con sede a Strona. Solo nel secondo dopoguerra, saranno ricostituiti tre Comuni autonomi: Germagno, Loreglia con Chesio, e Massiola.
Durante la seconda guerra, tra il 1943 e il 1945, la val Strona si trasforma in nido di partigiani, che ne popolano i monti, particolarmente ospitali durante i rastrellamenti o nei lunghi inverni alla macchia. Innumerevoli gli episodi tragici di quei mesi, come le croci che a ogni angolo della valle - lungo un sentiero o vicino a una casera - ricordano il sacrificio dei caduti per la libertà. A Chesio, il 9 maggio 1944, sono fucilati 6 partigiani della Divisione Beltrami.
A Forno, lo stesso giorno, sono fucilati tutti gli occupanti la piccola infermeria clandestina: 2 medici e 7 feriti. Il parroco del paese, don Giulio Zolla, offre invano la propria vita, per risparmiare quella dei prigionieri.
Il 25 marzo 1945, i fascisti della " Muti " tornano a Forno, dove irrompono in una casa e uccidono con il mitra una donna, madre di tre bambini, che attende imminente una nuova vita. Si chiama Giustina Pèretti. Un mese esatto dopo, il 25 aprile, i campanili della valle annunciano a festa che è finita la guerra, e incomincia la pace.
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