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La Valle Strona nella Letteratura
Una valle, quella dello Strona, caratterizzata da forti contrasti.
Come i colori dei suoi paesaggi, dal nero cupo dei valloni al rosso infuocato dell'autunno, dal grigio dei tetti in beola che trasudano miseria antica alla vivacità dei costumi femminili, straordinariamente civettuoli, come se la vita di quei luoghi non fosse una dura lotta, ma festa, danza, fiaba.
Una valle di mistero, con il suo fascino intatto, in questa epoca disincantata dal razionalismo tecnologico.
Qui sopravvivono l'arcano delle streghe, le leggende, le superstizioni, le credenze tenaci, non solo evocate intorno ai camini della nostra infanzia, ma di cui si imbeve tutta una cultura costruita sul linguaggio del buio, sulle erbe che guariscono, sulla simbologia della natura.
Bizzarra anche orograficamente, come se un tallone demoniaco abbia impresso il suo sigillo della inabitabilità; eppure abitata da sempre, da un popolo che non poté essere altrettanto bizzarro, per cimentarsi in una scommessa persa in partenza con un ambiente dove si cava il pane dai sassi.
Già al tempo degli Sforza, questi luoghi sono descritti come "i più sterili e selvaggi che si ritrovino essere abitati in tutto il Ducato."
Come i colori dei suoi paesaggi, dal nero cupo dei valloni al rosso infuocato dell'autunno, dal grigio dei tetti in beola che trasudano miseria antica alla vivacità dei costumi femminili, straordinariamente civettuoli, come se la vita di quei luoghi non fosse una dura lotta, ma festa, danza, fiaba.Una valle di mistero, con il suo fascino intatto, in questa epoca disincantata dal razionalismo tecnologico.
Qui sopravvivono l'arcano delle streghe, le leggende, le superstizioni, le credenze tenaci, non solo evocate intorno ai camini della nostra infanzia, ma di cui si imbeve tutta una cultura costruita sul linguaggio del buio, sulle erbe che guariscono, sulla simbologia della natura.
Bizzarra anche orograficamente, come se un tallone demoniaco abbia impresso il suo sigillo della inabitabilità; eppure abitata da sempre, da un popolo che non poté essere altrettanto bizzarro, per cimentarsi in una scommessa persa in partenza con un ambiente dove si cava il pane dai sassi.
Già al tempo degli Sforza, questi luoghi sono descritti come "i più sterili e selvaggi che si ritrovino essere abitati in tutto il Ducato."
Pietro Chiovenda
Introduzione a "La Valle Strona" Fondazione Monti
Anzola d'Ossola, 1975
Introduzione a "La Valle Strona" Fondazione Monti
Anzola d'Ossola, 1975
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Lasciammo Omegna attraverso una porta antica, fiancheggiata dai resti di vecchie fortezze: entrammo subito in una valle ricca e boscosa, eccezionalmente abbondante di felci.
Lo Strona traboccante, passava impetuoso in fondo alla stretta gola. La strada saliva rapidamente sopra il torrente e, da una parte e dall'altra della valle, le montagne erano vestite di selve di alberi cedui e di un ricco sottobosco, e fiammeggiavano delle migliori tinte dell'autunno, di tutte le sfumature, dal giallo più vivo al rosso più cupo.
Le felci, soprattutto, erano bellissime ed in grande abbondanza. Sebbene comuni nei climi più nordici, non ne avevamo mai incontrate d'ora nelle valli italiane.
La valle Strona era invece la valle più ricca di felci che avevamo mai visto.
Asplenium adiantum-nigrum, Blechnum boreale, e il nobile Osmunda regalis, che in quei boschi cresceva con fronde alte più di due metri.
E ancora: la Pteris aquilina, l'Asplenium oreopteris e il rarissimo Grammminits ceterach.
Di cereali, non ce n'erano di nessun genere. Nella maggior parte della valle, verso il basso, non c'era nemmeno un po' di spazio per il pascolo, tanto le montagne erano ricche solo di una vegetazione lussureggiante.
La strada, dove non era danneggiata dall'impetuoso torrente, era il miglior sentiero di montagna: ben costruito, ricoperto di ghiaia e non dei soliti sassi, transitabile sia per i muli sia per gli uomini.
Con lo scenario delle radure e del sottobosco che le circondava, sembrava quasi una passeggiata romantica attraverso un parco di montagna, allietata da una gran quantità di bosso (Boxus sempervivens) e di lauro e persino da cespugli del biancospino.
La grande altura, alla quale il sentiero portava, offriva una vasta imponente sui due versanti della sinuosa valle, e sebbene le abbondanti piogge l'avevano resa pericolosa e difficile, fummo ampiamente ricompensati alla vista delle bellissime cascate che screziavano le ripide montagne, scintillando al sole.
Passando sotto il villaggio di Loreglia, appollaiato in alto, col suo bianco campanile e le case che splendevano sul monte, scendemmo subito verso Strona, un modesto villaggio di poche case.
Nella piccola locanda, trovammo il proprietario. Scoprimmo che era stato in Germania, in Francia e in molti altri posta; era un uomo che aveva girato il mondo e sapeva tre o quattro lingue, ma - cosa ancor meno comune - era un "uomo" nella valle Strona!
Per strada, non avevamo incontrato altro che donne, le quali tra l'altro, erano dotate di una curiosità morbosa, e di una capacità di interrogare eccezionale.
Lo Strona traboccante, passava impetuoso in fondo alla stretta gola. La strada saliva rapidamente sopra il torrente e, da una parte e dall'altra della valle, le montagne erano vestite di selve di alberi cedui e di un ricco sottobosco, e fiammeggiavano delle migliori tinte dell'autunno, di tutte le sfumature, dal giallo più vivo al rosso più cupo.
Le felci, soprattutto, erano bellissime ed in grande abbondanza. Sebbene comuni nei climi più nordici, non ne avevamo mai incontrate d'ora nelle valli italiane.
La valle Strona era invece la valle più ricca di felci che avevamo mai visto.
Asplenium adiantum-nigrum, Blechnum boreale, e il nobile Osmunda regalis, che in quei boschi cresceva con fronde alte più di due metri.
E ancora: la Pteris aquilina, l'Asplenium oreopteris e il rarissimo Grammminits ceterach.
Di cereali, non ce n'erano di nessun genere. Nella maggior parte della valle, verso il basso, non c'era nemmeno un po' di spazio per il pascolo, tanto le montagne erano ricche solo di una vegetazione lussureggiante.
La strada, dove non era danneggiata dall'impetuoso torrente, era il miglior sentiero di montagna: ben costruito, ricoperto di ghiaia e non dei soliti sassi, transitabile sia per i muli sia per gli uomini.
Con lo scenario delle radure e del sottobosco che le circondava, sembrava quasi una passeggiata romantica attraverso un parco di montagna, allietata da una gran quantità di bosso (Boxus sempervivens) e di lauro e persino da cespugli del biancospino.
La grande altura, alla quale il sentiero portava, offriva una vasta imponente sui due versanti della sinuosa valle, e sebbene le abbondanti piogge l'avevano resa pericolosa e difficile, fummo ampiamente ricompensati alla vista delle bellissime cascate che screziavano le ripide montagne, scintillando al sole.
Passando sotto il villaggio di Loreglia, appollaiato in alto, col suo bianco campanile e le case che splendevano sul monte, scendemmo subito verso Strona, un modesto villaggio di poche case.
Nella piccola locanda, trovammo il proprietario. Scoprimmo che era stato in Germania, in Francia e in molti altri posta; era un uomo che aveva girato il mondo e sapeva tre o quattro lingue, ma - cosa ancor meno comune - era un "uomo" nella valle Strona!
Per strada, non avevamo incontrato altro che donne, le quali tra l'altro, erano dotate di una curiosità morbosa, e di una capacità di interrogare eccezionale.
Samuel Williams King
The Italian valley of the Pemine Alps Murray
London, 1858
The Italian valley of the Pemine Alps Murray
London, 1858
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